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DONNE E SPORT, EPS CONTRO GLI STEREOTIPI: “AZIONI COMUNI PER COMBATTERE L’ABBANDONO”

22sett2021pubblicazione

Uomini a cui viene chiesto di rispondere come se fossero donne e donne a cui viene chiesto di rispondere immaginandosi di essere uomini: la visione che emerge della donna è estremamente stereotipata trasversalmente al genere di appartenenza dei rispondenti. Sia uomini che donne hanno la stessa visione di quest’ultime: in generale, infatti, emerge una visione della donna come custode della gestione del nucleo familiare; tant’è che1 donna su 3 indica gli impegni famigliari tra le prime tre cause di abbandono dello sport (e solo 1 su 6, indica il far carriera nel mondo del lavoro tra le prime tre cause): in definitiva, per 4 su 10, la donna si esprime soprattutto nella famiglia. Questo è solo uno dei dati che mostrano come vi sia una visione stereotipata della donna collegata all’ambito sportivo indipendente dal genere di appartenenza. Tanto che, se una donna dovesse lasciare lo sport, chiederebbe aiuto al suo partner - dicono 4 uomini su 10 inserendo questa voce entro le prime tre posizioni - mentre gli uomini chiederebbero aiuto al coach. A dirlo sono i dati raccolti dalla ricerca condotta dall’Università di Padova per conto degli enti di promozione sportiva Acsi, AiCS, Csen e Libertas che, con il progetto “Jump the gap” condotto con il finanziamento e il contributo operativo di Sport e Salute Spa, ora lanciano le linee guida contro le stereotipie: formazione rivolta a tecnici sportivi e famiglie, servizi di welfare familiare da inserire nell’offerta delle associazioni sportive, e campagne mediatiche di sensibilizzazione. D’altronde, chi si salva sono proprio i media: sono tra i pochi a trattare l’argomento riconoscendo, nel 30% dei casi, che l’ostacolo alla carriera sportiva per una donna è proprio il genere. Assieme a loro, gli operatori sportivi di base: gli unici a presentare idee e soluzioni in merito.

 

LA RICERCA

 

Il progetto di ricerca, divulgazione e promozione della responsabilità condivisa“Jump the gap – Oltrepassare le barriere dello sport di base per le donne” nasce dalla volontà di indagare come la comunità configuri le donne che fanno sport e le barriere che queste incontrano nella pratica di base, ma si pone come obiettivo strategico quello di promuovere politiche di indirizzo del movimento sportivo amatoriale atte a combattere il gender gap nello sport. Intervistate 4.600 persone tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, 2.800 delle quali donne, il resto uomini, dagli 11 anni in su; quasi 12mila le forme lessicali analizzate sui media, sia sportivi che generalisti.

 

Secondo i dati raccolti: il 48% degli intervistati ritiene lo sport tra i 3 elementi più importanti nella vita di una donna, ma prevalentemente per questioni legate alla salute e non alla socialità. Infatti, solo il 5% delle donne risponde che riprenderebbero lo sport per stare a contatto con altre persone” e solo il 6% per “i valori che trasmette” (es. spirito di squadra, disciplina, competizione, ecc.). Se la donna lascia l’attività sportiva la colpaè della gestione familiare: per 1 su 3 rispondenti (sia uomini che donne) la donna è impegnata in famiglia più di altri, e sono le stesse protagoniste - 4 su 10 a dire che la donna si esprime soprattutto in famiglia. Tanto che,se dovesse lasciare lo sport, chiederebbe aiuto alla famiglia (lo pensano 4 uomini su 10 inserendo tale voce entro le prime cause); mentre, se dovessero essere gli uomini a lasciare il mondo dello sport, 1 su 2 di questi busserebbe alla porta proprio del coach (indicando tale scelta entro le prime tre posizioni nella classifica).

 

Una versione stereotipata della donna, che la donna stessa esprime, e che è peròpiù forte nelle persone adulte: se a rispondere sono gli adolescenti, infatti, la percentuale di chi vede nella famiglia un ostacolo per le donne, scende al 9%. Sono gli adolescenti che praticano sport, infatti, che nella relazione che può intercorrere tra la scelta di una donna di abbandonare lo sport e un elemento che più di un altro influenza tale decisione non collegano la scelta allo stereotipo che lega donna e famiglia (tant’è che la famiglia è scelta come aspetto meno influente). Dopo la famiglia, gli altri ostacoli per un’attività sportiva costante, restano lavoro e studio.

 

A dirlo sono dunque i ricercatori di Unipd che rimarcano come in pochi si sentano colpiti dal problema: per solo il 21% degli intervistati, la “questione femminile” nello sport è un problema che li riguarda. “Dai testi analizzati - rimarcano i ricercatori – emerge un’alta deresponsabilizzazione rispetto a ciò che sarebbe necessario fare”. Insomma, la maggior parte degli intervistati ammette che le differenze di genere ci sono, ma lascia alle istituzioni idee e soluzioni. Una speranza arriva dai media che, quando parlano di donne e sport - pur trattando quasi solo di campionesse e raramente di donne “comuni” - lo fanno senza pregiudizi e, nel 30% dei testi analizzati, se si parla di ostacoli che incontra la donna nella carriera sportiva la spiegazione è tutta nella differenza di genere.

 

A dimostrare, invece, di avere gli strumenti per gestire il drop out sportivo tra le donne sono i tecnici che rivestono ruoli operativi nello sport3 su 10 avanzano proposte contro il rischio abbandono per quanto non sia indicato come sostanziare fattivamente queste proposte.

 

LO SPORT DI BASE SCENDE IN CAMPO CONTRO IL GENDER GAP

 

Dunque, che fare? Di fronte agli stereotipi, secondo ricercatori ed enti di promozione sportiva committenti, le azioni da mettere in campo devono essere sia di sensibilizzazione ed educazione, sia pratiche e attente alle esigenze delle donne. Previsti: interventi formativi rivolti agli operatori sportivi e alle famiglie; promozione di politiche di “welfare” dedicate alle famiglie e da inserire tra i servizi offerti dalle associazioni e società sportive; ilcoinvolgimento degli operatori sportivi nella promozione dell’accessibilità allo sport e della responsabilità condivisa di comunità nei confronti delle differenze di genere; l’attivazione di campagne di educazione rivolte ai giovani e campagne promozionali pubbliche; l’organizzazione di eventi sportivi e culturali di comunità dove a essere coinvolta sia la famiglia, tutta insieme: questo a dimostrazione di come lo sport di base non sia solo benessere fisico ma anche socialità e salute psichica contro ogni forma di discriminazione, anche di genere.

 

LINEE GUIDA E AZIONI FUTURE

 

Nel dettaglio, gli enti promotori hanno quindi progettato una serie di azioni a breve e lungo termine per abbattere il gender gap sul campo. Il “commitment to actionè diviso in 2 piani: uno che riassume servizi e progetti programmati per il biennio 2022-2023; laltro che pianifica gli obiettivi programmatici per quadriennio fino al 2025. Nei progetti a breve termine, stanno la formazione dei tecnici riguardo il mondo femminile nello sport, l’organizzazione di eventi culturali dedicati, e sostegno alle famiglie quali voucher sportivi per i bambini le cui madri fanno sport e sport gratuito per le donne che accompagnano gli atleti agli eventi sportivi nazionali organizzati dagli enti promotori; e ancora: una capillare campagna di comunicazione sui territori che metta in luce le donne che fanno sport e i servizi che le associazioni e società sportive locali possono garantire alle donne.Nei piani a lungo termine, ancora la formazione, la programmazione della “palestra ideale” a misura di donna, ed efficaci campagne di comunicazione capaci di intervenire sul modello culturale attuale: programmi sui quali verranno concentrati i prossimi investimenti. 


 

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